lunedì 10 novembre 2008

Dalla "Setta dei Poeti Estinti" all'estinzione dei poeti

Se la scuola non serve a formare menti pensanti, ma solo scatole vuote in cui riporre quel poco che serve per sopravvivere…

Carpe Diem. E’ il momento di svoltare

Venerdì 31 ottobre le classi IVA e IIIA del liceo classico “V. Gerace” di Cittanova, si sono ritrovate in un momento di aggregazione scolastica per la visione del film "L'attimo fuggente" di Peter Weir(1989). Il fatto, che sia questa attività abbia preceduto la grande manifestazione contro i tagli della legge Gelmini, non è casuale. Infatti, il tipo di scuola alla quale oggi si vuole tornare ricorda molto quella del film. Siamo in America, anni '50. Un nuovo anno accademico è iniziato alla Welton Accademy, uno dei college più antichi e prestigiosi del Vermont. Alla cerimonia di apertura tra genitori imbalsamati, ragazzi impauriti e professoroni tutta barba e serietà, spicca il sorriso irriverente del nuovo professore John Keating, alias Robbie Williams. L'insegnante di letteratura inglese porterà una ventata d'aria fresca tra quelle mura piene solo d'onore, disciplina e tradizione, sconvolgendone l'ordine e insegnando ai ragazzi a vivere attraverso la poesia, la forza della creatività e la coscienza critica. I veri protagonisti sono proprio i suoi studenti: Neil,il leader del gruppo che tutti seguono e ascoltano, amante del teatro, che subisce le aspettative di un padre severo con il quale non riesce a confrontarsi; Todd, un ragazzo molto timido e impacciato, anche lui vive all'ombra dei genitori; Knox, l'eterno romantico che cercherà di conquistare una ragazza bella e irraggiungibile attraverso la poesia; Charlie, il classico Don Giovanni frivolo e leggero ma forse il più pronto di tutti a cogliere l'attimo. E' quando i ragazzi scoprono "la setta dei poeti estinti" che inzia per loro un nuovo cammino fatto di avventure, a volte piacevoli, a volte liberatorie, a volte anche tragiche. E' proprio lo stare insieme declamando poesie che li farà sentire finalmente liberi di sognare, pensare e gridare al mondo le proprio idee. Accanto alle pur valide lezioni ordinarie, è questo che la scuola dovrebbe insegnarci, aprire le menti, sviluppare un senso critico personale, prepararci al futuro, quando non ci saranno più insegnanti o genitori a guidarci, ma saremo soli ad affrontare la vita e le scelte che essa ci impone. E questo è ancora più evidente in un territorio come il nostro, dove la ‘ndrangheta è padrona e la scuola ancora può rappresentare un argine democratico di resistenza. Il messaggio che il cambiamento è possibile, indipendentemente dalla situazione di partenza, ci giunge da oltre oceano. Infatti se un ragazzino di colore di provincia, con mezzi limitati, ma tanta tenacia e voglia di riscatto è diventato oggi il Presidente della nazione più potente al mondo, allora anche noi dobbiamo continuare a sperare che la nostra voce, dal profondo sud, si amplifichi come un eco lontano.

Da http://www.repubblica.it/
Articolo scritto il 07 11 2008

domenica 9 novembre 2008

Cossiga: pazzo o colpevole?

Navigando nel web alla ricerca di notizie, mi sono imbattuto in questa che, tra le tante, credo sia davvero la più sconvolgente. Non riesco a credere che un politico come Cossiga possa pensare e scrivere queste cose. Allora è vero che il lupo perde il pelo ma non il vizio, ed è lui stesso a dichiararlo. E noi come dei babbei continuiamo a mantenere queste persone, che chissà quali pesi sulla coscienza si portano? Che buon cattolico ex Democristiano, chissà cosa ci nasconde una persona così!! Stragi di stato? Aldo Moro?
Ma questa non è considerata come istigazione? Se qualcun altro avesse detto certe cose, cosa sarebbe successo?
Vi confesso che è questo il clima che mi fa paura!


Bisogna aspettare tempi peggiori. Attendere che si verifichino incidenti gravi in modo da suscitare l’odio della gente nei confronti dei manifestanti e giustificare la repressione poliziesca. È questa la ricetta che il senatore a vita, Francesco Cossiga, ha proposto oggi in una lettera al capo della Polizia, Antonio Manganelli, per far fronte alle manifestazioni degli studenti di questi giorni.
«L’ideale - scrive Cossiga - sarebbe che di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio una donna o un bambino». Mentre il morto dovrebbe essere un agente delle forze dell’ordine. Tutto questo dovrebbe, nel disegno di Cossiga, permettere di «intervenire massicciamente e pesantemente» e «senza arrestare nessuno». L’ex presidente della Repubblica spera poi che i manifestanti devastino sedi importanti e degne di una certa visibilità, come l’arcivescovado di Milano o eventuali sedi Caritas, in modo da suscitare l’indignazione anche delle componenti cattoliche.
Come era atteso, la lettera di Cossiga ha suscitando numerose perplessità nel mondo politico italiano. La domanda che circola nei corridoi della Camera e del Senato è se queste strategie siano state messe in atto in modo cosciente e voluto da Cossiga anche durante i disordini degli anni Settanta, quando ricopriva la carica di ministro degli Interni.

Ecco il testo della lettera

«Caro Capo [Antonio Manganelli, ndr] per alcune dichiarazioni paradossali e provocatorie da me rese sul come gestire l’ordine pubblico in questa ripresa di massicce manifestazioni e come, spengendo tempestivamente i focarelli, si possa evitare che divampino poi gli incendi, mi sono beccato denunzie da molte persone, sacerdoti, frati e suore comprese, e sembra che me sia in arrivo una da parte di S.Em.za il Card. Tettamanzi, firmata anche dai alcuni suoi fedeli adepti dei Centri Sociali, dei No Global e dei Black Bloc». «Osando contro l’osabile - continua -, caro Capo, vorrei darLe un consiglio. Gli studenti più grandi, anche se in qualche caso facendosi scudo con i bambini, hanno cominciato a sfidare le forze di polizia, a lanciare bombe carta e bottiglie contro di esse e a tentare occupazioni di infrastrutture pubbliche, e ovviamente, ma non saggiamente, hanno reagito con cariche d’alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante. È stato, mi creda! un grande errore strategico». «Aspetterei ancora un po’ - prosegue nella lettera - adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di ‘Bella ciao’, devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell’ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno». E non solo. «Il comunicato del Viminale - conclude - dovrebbe dire che si è intervenuto contro manifestazioni violente del Blocco Studentesco, di Casa Pound e di altri manifestanti di estrema destra, compresi
gruppi di naziskin che manifestavano al grido di ‘Hitler! Hitler!’. Questo il mio consiglio».

Tratto da
http://eftorsello.wordpress.com/2008/11/08/cossiga-a-manganelli-lasciare-che-gli-studenti-facciano-danni-poi-una-dura-repressione/

La risposta de l’Unità

«Se l'ex presidente Cossiga si fosse limitato ad accusarci di "istigare" qualcuno, avremmo volentieri evitato di rispondergli. L’Unità è sotto gli occhi di tutti e ciascuno può facilmente verificare il contenuto e il tono dei nostri articoli.
Il fatto è che, il 23 ottobre, in un'intervista, aveva suggerito di "infiltrare il movimento con agenti provocatori". E ieri, nella sua lettera indirizzata al capo della polizia, ha auspicato che ci sia "una vittima".
"Agenti provocatori", "vittima". È una sintesi molto precisa di quel che accadde il 12 maggio del 1977 quando a Roma fu uccisa una ragazza di 19 anni, Giorgiana Masi. Ancora non è chiaro come siano andate veramente le cose. Però si sa per certo che la stessa persona che oggi dà certi suggerimenti e formula certi auspici era, all’epoca, ministro dell’Interno. Per questa ragione – con tutto il rispetto – ci sentiamo in dovere di rivolgere al presidente Cossiga una domanda: chi ha ucciso Giorgiana Masi?»

sabato 8 novembre 2008

Discorso di John Mc Cain

Grazie al suggerimento di un amico sono andato a leggere il discorso che ha pronunciato Mc Cain dopo la sconfitta elettorale con Barack Obama. Nelle parole, riportate di seguito, si legge un profondo rispetto per l'avversario politico, rispetto che nella politica italiana abbiamo lasciato da parte per fare posto agli insulti di basso livello e alle battute da osteria. Se solo riuscissimo a recuperare almeno un pò di rispetto e serietà, invece di dare degli abbronzati agli altri...

Grazie, miei cari amici. Grazie per esser venuti qui, in Arizona, in questa bellissima serata. Siamo giunti al termine di un lungo viaggio. Il popolo americano si è pronunciato, e lo ha fatto con chiarezza. Pochi istanti fa ho avuto l' onore di sentire al telefono il senatore Barack Obama (buuh di disapprovazione) per congratularmi con lui (buuh di disapprovazione) per l' elezione a nuovo presidente del Paese che entrambi amiamo. In una competizione lunga e difficile qual è stata questa campagna elettorale, il suo successo merita tutto il mio rispetto per l' abilità e perseveranza con cui è stato ottenuto. Il fatto che egli sia riuscito in quest’impresa animando le speranze di così tanti milioni di americani, un tempo ingiustamente convinti di aver ben poco da guadagnare oppure scarsa influenza nell’elezione di un presidente, è qualcosa che desta in me profonda ammirazione. Questa di oggi è un’elezione storica, e io riconosco lo speciale significato che essa riveste per gli afro-americani e l’orgoglio che stasera essi devono provare. Sono sempre stato convinto che l' America offra opportunità a chiunque abbia lo zelo e la volontà per coglierle. Anche il senatore Obama ne è convinto. Entrambi riconosciamo che sebbene ci siamo lasciati da tempo alle spalle le vecchie ingiustizie che hanno macchiato la reputazione della nostra nazione e negato a un certo numero di americani la piena benedizione della cittadinanza, il loro ricordo ha ancora il potere di ferire. Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca rivolto dal presidente Theodore Roosevelt a Booker T. Washington fu visto da più parti come un oltraggio. L' America oggi è lontana un mondo dalla crudele e superba faziosità di quei tempi. Niente lo dimostra meglio dell' elezione di un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti. E nessun americano, per nessun motivo, (grida e applausi) deve oggi rinunciare a onorare la sua cittadinanza in questa che è la più grande nazione della Terra. Il senatore Obama ha raggiunto un grandioso traguardo per sé e per il suo Paese. Di tutto questo gli rendo merito, e gli porgo le mie più sincere condoglianze per la morte della sua adorata nonna che non è vissuta abbastanza a lungo per vedere questo giorno. Tuttavia, la nostra fede ci assicura che lei oggi riposa al cospetto del Creatore, e sarà quindi molto fiera del buon uomo che ha aiutato a crescere. Il senatore Obama e io abbiamo avuto le nostre divergenze, e lui ha avuto la meglio. Non c' è dubbio che molte di queste differenze permangano. Sono tempi difficili per il nostro Paese, e io questa sera gli prometto di fare tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo a guidarci attraverso le numerose sfide che ci attendono. Esorto tutti gli americani che mi hanno offerto il loro appoggio a unirsi a me non soltanto nel congratularsi con lui, ma nell’offrire al nostro nuovo presidente la buona volontà e un onesto sforzo per trovare il modo di incontrarci, per raggiungere i necessari compromessi, per colmare le nostre differenze e cercare di ritrovare la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pieno di insidie e lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese migliore e più forte di quello che abbiamo ereditato. Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti americani. E vi prego di credermi che nessun vincolo è mai stato per me più importante di questo. (Grida, applausi) È normale, questa sera, provare un pò di delusione; ma già domani dovremo superarla e lavorare assieme per rimettere in moto il nostro Paese. Abbiamo lottato duramente, quanto più non potevamo. E anche se non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro. Provo immensa gratitudine verso tutti voi, per avermi dato il grande onore di ricevere il vostro sostegno e per tutto ciò che avete fatto per me. Speravo che il risultato fosse diverso. Il cammino è stato impervio sin dall’inizio. Ma il vostro sostegno e la vostra amicizia non hanno mai vacillato. Non trovo le parole giuste per esprimervi quanto profonda sia la mia riconoscenza. Sono particolarmente grato a mia moglie Cindy, ai miei figli, alla mia cara madre, (grida, applausia) tutta la mia famiglia e ai tanti vecchi e amici che sono stati al mio fianco nei molti alti e bassi di questa lunga campagna elettorale. Sono sempre stato un uomo fortunato, e più che mai per l’amore e l’incoraggiamento che mi avete dimostrato. Come sapete, le campagne elettorali sono spesso più dure per la famiglia del candidato che per il candidato stesso, e anche questa campagna lo ha confermato. Tutto ciò che posso offrirvi in cambio è il mio amore e la mia gratitudine, e la promessa di anni più sereni d’ora in avanti. Sono anche molto riconoscente, naturalmente, alla governatrice Sarah Palin, una delle migliori attiviste elettorali che abbia mai visto. (Urla, applausi) È una voce nuova e sorprendente nel Partito repubblicano, per le riforme e i principi che hanno sempre rappresentato il nostro vero punto di forza. (Urla, applausi) E sono grato a suo marito Todd e ai loro cinque splendidi figli (Urla, applausi) per la loro instancabile dedizione alla nostra causa e per il coraggio e la sensibilità che hanno dimostrato. Noi tutti possiamo guardare avanti con enorme interesse al futuro impegno di Sarah Palin al servizio dell' Alaska, del Partito repubblicano e del nostro Paese. (Urla, applausi) Rivolgo un immenso grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnato, da Rick Davis, Steve Schmidt e Mark Salter all’ultimo volontario che, mese dopo mese, si sono spesi così duramente e valorosamente in quella che a volte è sembrata la campagna più combattuta dei tempi moderni. Un’elezione persa non conterà mai, per me, più del privilegio della vostra fiducia e amicizia. Davvero non so che cosa avremmo potuto fare di più per tentare di vincere quest’elezione. Lascio ad altri il compito di valutarlo. Ogni candidato commette degli sbagli, e sono sicuro di averne fatti anche io. Ma non passerò un solo istante, d’ora in avanti, a rimpiangere ciò che sarebbe potuto essere. Questa campagna è stata e resterà il più grande onore della mia vita. E il mio cuore non è ricolmo che di gratitudine per quest’esperienza e per il popolo americano che mi ha dedicato la sua attenzione prima di decidere che il senatore Obama e il mio vecchio amico e senatore Joe Biden avrebbero avuto l’onore di guidarci nei prossimi quattro anni. (Cantando dal microfono) Non sarei un americano degno di tal nome se dovessi rimpiangere una sorte che mi ha concesso lo straordinario privilegio di servire l’America per mezzo secolo. Oggi sono stato il candidato alla più alta carica nel Paese che amo così tanto. E stasera resto il suo servitore. Questa è una benedizione sufficiente per chiunque, e perciò ringrazio la popolazione dell' Arizona. (Urla, applausi) Questa sera, più di ogni altra sera, nel mio cuore non c' è che amore per questo Paese e per tutti i suoi cittadini, sia che abbiano sostenuto me o il senatore Obama, e auguro buona fortuna all’uomo che è stato il mio rivale e che sarà il mio presidente. E mi appello a tutti gli americani, come spesso ho fatto in questa campagna, a non disperare delle nostre attuali difficoltà, ma di credere sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché niente è ineluttabile, qui. Gli americani non si lasciano mai andare. Noi non ci arrendiamo mai. (Urla, applausi) Non ci nascondiamo dalla Storia, noi facciamo la Storia. (Urla, applausi) Grazie, Dio vi benedica e benedica l' America. (Urla, applausi)

Mc Cain John
(traduzione di Enrico Del Sero_6 novembre 2008_Corriere della Sera)

venerdì 7 novembre 2008

WELCOME MR. PRESIDENT



Tratto da il Sole 24 Ore del 5 novembre 2008

Ciao, Chicago!

Se là fuori c'è ancora qualcuno che dubita che l'America sia un luogo dove tutto è possibile, che ancora si chiede se il sogno dei nostri Fondatori sia vivo nella nostra epoca, che ancora mette in dubbio la forza della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.È la risposta data dalle file di elettori che si estendevano intorno alle scuole e alle chiese, file mai viste prima da questa nazione, è la risposta che hanno dato le persone che hanno aspettato tre, quattro ore, molti per la prima volta in vita loro, perché erano convinti che questa volta doveva essere diverso, che la loro voce poteva fare la differenza.
È la risposta pronunciata da giovani e vecchi, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, gay, etero, disabili e non disabili: americani che hanno inviato al mondo il messaggio che noi non siamo mai stati semplicemente un insieme di individui o un insieme di Stati rossi [Repubblicani] e Stati blu [Democratici]: noi siamo e saremo sempre gli Stati Uniti d'America.È la risposta che ha spinto quelli che per tanto tempo, da tanta gente, si sono sentiti dire che dovevano essere cinici, spaventati, scettici su quello che possiamo fare, sulla possibilità di mettere le mani sul corso della storia e piegarlo in direzione della speranza di un giorno migliore. Ci ha messo molto ad arrivare, ma questa notte, grazie a quello che abbiamo fatto in questa giornata, in queste elezioni, in questo momento storico, il cambiamento è arrivato in America.

Poco fa ho ricevuto una telefonata estremamente gentile da parte del senatore McCain. Il senatore McCain si è battuto a lungo e con convinzione in questa campagna, e ha combattuto ancora più a lungo e con ancora più convinzione per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l'America che la maggior parte di noi non riesce neppure lontanamente a immaginare. Tutti abbiamo beneficiato dei servizi resi da questo leader valoroso e altruista. Gli faccio le mie congratulazioni, faccio le mie congratulazioni alla governatrice Palin per tutto quello che hanno saputo fare, e spero veramente di poter lavorare insieme a loro nei mesi a venire per rinnovare le promesse di questa nazione.
Voglio ringraziare il mio compagno di viaggio in questa avventura, un uomo che si è impegnato nella campagna con tutto il suo cuore e ha dato voce agli uomini e alle donne con cui è cresciuto nelle strade di Scranton e con cui ha affrontato il viaggio sul treno verso casa in Delaware, il vicepresidente eletto degli Stati Uniti, Joe Biden.
E non sarei qui stanotte senza l'incrollabile supporto di quella che è stata la mia migliore amica negli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l'amore della mia vita, la prossima first lady della nazione, Michelle Obama.

Sasha e Malia, vi amo tutte e due, più di quanto possiate immaginare, e vi siete guadagnate il nuovo cucciolo che verrà con noi alla Casa Bianca.
E anche se non è più con noi, so che mia nonna sta guardando, e con lei la mia famiglia, che mi ha reso quello che sono. Sento la loro mancanza stanotte, e so che il debito verso di loro è incommensurabile.
A mia sorella Maya, a mia sorella Auma, a tutti i miei fratelli e sorelle, grazie mille per il sostegno che mi avete dato. Vi sono grato.

E al direttore del mio staff elettorale, David Plouffe, l'eroe ignoto di questa campagna, che ha saputo costruire quella che credo sia stata la migliore campagna elettorale nella storia degli Stati Uniti d'America, al responsabile della strategia, David Axelrod, che è stato accanto a me per ogni passo di questo cammino, al migliore team elettorale mai messo insieme nella storia della politica: voi avete reso possibile tutto questo e io vi sarò per sempre grato per quello che avete sacrificato per riuscirci.
Ma soprattutto non dimenticherò mai a chi appartiene veramente questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi.

Non sono mai stato il candidato più probabile per questo incarico. Quando abbiamo cominciato avevamo pochi soldi e pochi appoggi. La nostra campagna non è stata architettata nei corridoi di Washington: è partita dai cortili di Des Moines, dai salotti di Concord, dalle verande di Charleston. È stata costruita da lavoratori e lavoratrici che hanno attinto ai loro magri risparmi per versare 5, 10, 20 dollari per la causa. È diventata forte grazie ai giovani che hanno rigettato il mito dell'apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per fare lavori che promettevano pochi soldi e poche ore di sonno. Ha attinto forza da quelle persone non più così giovani che hanno sfidato il freddo pungente e il caldo soffocante per andare a bussare alla porta di perfetti estranei, e da quei milioni di americani che hanno lavorato come volontari e hanno coordinato, e che hanno dimostrato, più di due secoli dopo, che un governo del popolo, dal popolo e per il popolo è ancora possibile. Questa è la vostra vittoria.

Io so che non avete fatto tutto questo solo per vincere un'elezione, e so che non lo avete fatto per me. Lo avete fatto perché siete consapevoli dell'enormità del compito che abbiamo davanti. Perché anche se stanotte festeggiamo, siamo consapevoli che sfide che ci aspettano saranno le più impegnative della nostra vita: due guerre, un pianeta in pericolo, la peggiore crisi finanziaria da un secolo a questa parte. Anche mentre stiamo qui stanotte, sappiamo che ci sono americani coraggiosi che percorrono i deserti dell'Iraq e le montagne dell'Afghanistan rischiando la loro vita per noi. Ci sono madri e padri che rimangono svegli dopo che i loro figli sono andati a dormire e si domandano come riusciranno a rimborsare il mutuo, a pagare i conti dei medici o a risparmiare abbastanza per poter mandare i figli all'università.

Ci sono nuove energie da radunare, nuovi posti di lavoro da creare, nuove scuole da costruire e minacce da affrontare, alleanze da risanare.
La strada che ci aspetta sarà lunga. La pendenza sarà ripida. Forse non ci arriveremo in un anno e nemmeno nell'arco di un mandato, ma, America, io non sono mai stato tanto fiducioso come questa notte che ci arriveremo. Ve lo prometto: noi, come popolo, ci arriveremo.Ci saranno ostacoli e false partenze. Molti non concorderanno con tutte le decisioni che prenderò come presidente, e sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre sincero con voi sulle sfide che dovremo affrontare. Vi starò a sentire, specialmente quando non saremo d'accordo. E soprattutto vi chiederò di prendere parte all'opera di ricostruzione di questa nazione nell'unico modo che l'America abbia mai conosciuto nei suoi 221 anni di storia: una casa sull'altra, un mattone sull'altro, una mano incallita dalla fatica sull'altra.
Quello che è cominciato 21 mesi fa in pieno inverno non può finire in questa notte d'autunno. Questa vittoria da sola non rappresenta il cambiamento che cerchiamo: è soltanto l'occasione per noi di realizzare quel cambiamento.
E questo non accadrà se torneremo a com'erano le cose un tempo. Non accadrà senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, un nuovo spirito di sacrificio. E allora creiamo un nuovo spirito di patriottismo, di responsabilità, dove ognuno di noi decide di buttarsi nella mischia e impegnarsi di più, e di occuparci non solo di noi stessi ma gli uni degli altri.
Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa, questo qualcosa è che Wall Street, la grande finanza, non può prosperare se Main Street, l'uomo della strada, patisce. In questo paese, ci alziamo o cadiamo come un'unica nazione: come un unico popolo.Resistiamo alla tentazione di ricadere nella vecchia faziosità, meschineria e immaturità che avvelena da così tanto tempo la nostra vita politica. Ricordiamo che fu un uomo di questo Stato il primo a portare il Partito repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato sui valori della fiducia nei propri mezzi, della libertà individuale e dell'unità nazionale. Questi sono valori che tutti condividiamo. E se questa notte il Partito democratico ha riportato una grande vittoria, lo facciamo con una parte di umiltà e con la determinazione a sanare le fratture che hanno ostacolato il nostro progresso.

Come disse Lincoln a una nazione molto più divisa della nostra: «Noi non siamo nemici, ma amici: la passione può aver messo a dura prova i nostri legami, ma non deve spezzarli». E a quegli americani di cui ancora devo conquistarmi il sostegno dico: stanotte non ho conquistato il vostro voto, ma ascolto la vostra voce, ho bisogno del vostro aiuto e sarò anche il vostro presidente.
E a tutti coloro che stanotte ci stanno guardando da altri paesi, da regge e parlamenti fino a coloro che stanno stretti intorno a una radio negli angoli più dimenticati del pianeta, dico: le nostre storie sono individuali, ma il nostro destino è comune e una nuova alba di leadership americana è a portata di mano. A coloro che vorrebbero distruggere il mondo dico: noi vi sconfiggeremo. A coloro che cercano pace e sicurezza dico: noi vi sosterremo. E a tutti coloro che si sono chiesti se il faro dell'America splende ancora come un tempo dico: questa notte vi abbiamo dimostrato una volta di più che la vera forza della nostra nazione non nasce dalla potenza delle nostre armi o dalla protata della nostra ricchezza, ma dalla forza costante dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e invincibile speranza.
Questo è il vero talento dell'America, il fatto che l'America può cambiare. La nostra unione può essere perfezionata. E quello che abbiamo già ottenuto ci dà speranza per quello che possiamo e dobbiamo ottenere domani.
In queste elezioni ci sono state molte novità assolute e molte storie che verranno raccontate per generazioni e generazioni. Ma una storia che ho in mente stanotte è quella di una donna che è andata a votare ad Atlanta. Assomiglia in tutto e per tutto ai milioni di altri individui che si sono messi in fila per far sentire la loro voce in queste elezioni, tranne che per un aspetto: Ann Nixon Cooper ha 106 anni.

Ann Nixon Cooper è nata appena una generazione dopo la fine della schiavitù: un'epoca in cui non c'erano macchine per le strade o aerei nei cieli; un'epoca in cui una come lei non poteva votare per due ragioni, perché era una donna e per il colore della sua pelle. E questa notte penso a tutto quello che ha visto nel corso del secolo che ha vissuto in America: l'angoscia e la speranza, la lotta e il progresso, i tempi in cui ci dicevano che non potevamo farcela e le persone che hanno tirato avanti fondandosi su quella professione di fede americana: «Sì, possiamo farcela».
In un'epoca in cui la voce delle donne veniva messa a tacere e le loro speranze venivano ignorate, Ann Nixon Cooper è vissuta per vedere le donne battersi per i propri diritti, far sentire la propria voce e ottenere il voto. Sì, possiamo farcela.

Quando c'era disperazione nella regione delle Grandi Pianure e tutto il paese era attraversato dalla depressione, abbiamo visto una nazione sconfiggere la paura stessa con un New Deal, un nuovo patto, con nuovi posti di lavoro e un nuovo sentimento di uno scopo comune. Sì, possiamo farcela.
Quando le bombe sono cadute nella nostra baia e la tirannia ha minacciato il mondo, Ann Nixon Cooper era lì a testimoniare come una generazione riuscì ad assurgere alla grandezza e a salvare la democrazia. Sì, possiamo farcela.
Ann Nixon Cooper era lì per gli autobus a Montgomery, per gli idranti a Birgmingham, per il ponte di Selma e per un predicatore di Atlanta che diceva alla gente "We shall overcome", noi vinceremo. Sì, possiamo farcela.

Un uomo è atterrato sulla Luna, un muro è crollato a Berlino, un mondo è stato collegato dalla nostra scienza e dalla nostra immaginazione. E quest'anno, in queste elezioni, Ann Nixon Cooper ha messo un dito su uno schermo e ha votato, perché dopo 106 anni in America, attraverso i momenti migliori e le ore più cupe, lei sa che l'America può cambiare.
Sì, possiamo farcela.

Americani, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tante cose. Ma c'è ancora moltissimo da fare. Perciò questa notte domandiamoci: se i nostri figli dovessero vivere tanto da vedere il prossimo secolo, se le mie figlie dovessero essere tanto fortunate da vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, quale cambiamento vedranno? Quali progressi avremo realizzato?

Questa è la nostra occasione per rispondere a questo appello. Questo è il nostro momento. Questa è la nostra epoca: per rimettere la nostra gente al lavoro e aprire porte di opportunità per i nostri bambini; per riportare la prosperità e promuovere la causa della pace; per rivendicare il sogno americano e riaffermare quella verità fondamentale, che da molti siamo uno; che finché avremo vita avremo speranza: e quando ci troveremo di fronte al cinismo e al dubbio, e a quelli che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi risponderemo con quella professione di fede immortale che riassume lo spirito di un popolo: sì, possiamo farcela.
Grazie. Dio vi benedica. E che Dio benedica gli Stati Uniti d'America.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

mercoledì 5 novembre 2008

Sputnik moment

Qui di seguito uno spunto interessante. Il diverso modo di agire di due paesi di fronte a una crisi.
La settimana Sputnik


Mentre noi ce ne stiamo qui a fare i conti con un governo che smonta la scuola e l'università, e una sinistra che solo a parole e solo tardi fa dell'istruzione il suo cavallo di battaglia, negli Stati Uniti c'è la possibilità che un nero diventi presidente. Che c'entra? C'entra, c'entra. Due milioni di minuti è quanto dura la scuola secondaria superiore, ed è anche il titolo di un documentario americano in cui sono messi a confronto due studenti statunitensi, due indiani e due cinesi. Dal punto di vista degli autori, la conclusione è sconfortante. I ragazzi indiani e cinesi sono decisamente più bravi e soprattutto sono più numerosi: la Cina sforna otto volte più scienziati e ingegneri, l'India tre volte di più. Quando i sovietici lanciarono il loro primo satellite, gli americani reagirono investendo nella scuola e nella ricerca scientifica. Lo chiamarono il loro "momento Sputnik". Ma noi, con questa classe politica, avremo mai un "momento Sputnik"?
di Giovanni De Mauro, tratto da "L'internazionale"

Stefano Benni immagina...

Ecco come uno scrittore, giornalista, intelletuale, si immagina ulteriori miglioramenti nella nostra scuola italiana...partendo dall'asilo.
Il Mostro Unico
di Stefano Benni

Cari studenti facinorosi, sono la vostra amata ministra Gelmini. Dopo il cinque in condotta e il maestro unico, ho una nuova idea che potrà risollevare la scuola italiana. Da dove inizia l'istruzione? Dall'asilo. E proprio qui bisogna intervenire, perché i bambini diventino obbedienti e ligi al dovere. E le favole, con la loro sovrabbondante fantasia e il loro dissennato spreco di personaggi, li allontanano dal sano realismo e dal doveroso conformismo e alimentano il pericolo del fuori tema, della deboscia, della droga e del bullismo facinoroso.Perciò per decreto legge istituisco il Mostro Unico. Sarà proibito leggere favole che contengano più di un mostro o di un cattivo, con relativo aggravio per la spesa pubblica, e soprattutto si dovrà, in ogni fiaba, sottolineare la natura perversa, facinorosa e vetero-comunista di questo mostro. Secondo il Dmu (decreto mostro unico) sono proibiti ad esempio Biancaneve e i sette nani, perché Grimilde e la strega sono un costoso e inutile sdoppiamento di personalità nocivo all'immaginario dei giovani alunni, per non parlare dell'ambigua convivenza tra Biancaneve e i sette piccoli operai, di cui uno, Brontolo, sicuramente della Cgil. Cappuccetto Rosso è ammesso, ma si sottolinei come il cacciatore è evidentemente della Lega e il lupo di origine transilvana e rumena. Proibito Ali Babà e i quaranta ladroni, ne basta uno. Abolito Peter Pan, troppi pirati che gravano sulle casse dello stato. Abolito Pinocchio, anche accorpando il gatto e la volpe in un unico animale, restano il vilipendio ai carabinieri e il chiaro riferimento a Mediaset del paese dei balocchi. Ammesso Pollicino ma dovrà chiamarsi Allucione ed essere alto uno e settanta, per non costituire un palese sberleffo al nostro amato presidente del consiglio. Proibito Hansel e Gretel, perché i mostri sono due, la madre e la strega, e inoltre si parla troppo di crisi economica. Proibito il brutto anatroccolo. Se uno è brutto, lo è per motivi genetici e tale resterà. Inoltre Andersen era gay. Parimenti proibito il gatto con gli stivali per la connotazione sadomaso. Proibita, anzi proibitissima Cenerentola. Le cattive sono tre e assomigliano tutte a me. Cioè alla vostra ministra superficiale, impreparata e ciarliera. Ma la vostra Ministra Unica.