Per rompere il ghiaccio inizio col pubblicare queste righe. Rappresentano il mio contributo al lavoro che l'Associazione N.O.I. PER LA CITTA', associazione di Parabiago, sta portando avanti in collaborazione con il Politecnico di Milano. Lo scopo è quello di produrre una serie di progetti volti alla riqualificazione del centro della città di Parabiago.
Parabiago, 16 ottobre 2006
Queste considerazioni nascono dal mio essere da ventisei anni un cittadino parabiaghese e dall’essere uno studente di architettura, ormai in procinto di laurearsi.
Se guardo indietro, sforzando la mia memoria, non riesco a ricordare la piazza intitolata all’ebanista intarsiatore Giuseppe Maggiolini, diversa da come la vediamo oggi. Da sempre ricordo numerose banche. Quando frequentavo le scuole medie, intorno alla metà degli anni novanta, ricordo che hanno impacchettato con ponteggi l’edificio che ospitava in passato il collegio, detto dei “Barabitt”. Così dovettero spostarsi alcune attività in esso ospitate, ovvero un supermercato, la farmacia storica e la sede della DC. Nello stesso periodo, o forse poco prima venne dismesso il bar dei socialisti, locale attiguo all’edificio in questione. Poco dopo anche il bar dei comunisti, situato nell’omonima corte venne chiuso. Tutte queste attività rendevano la piazza un luogo vissuto per molte ragioni, ma una volta eliminate o spostate, non venero rimpiazzate con nulla di attivo, ma da cantieri. Per fortuna oggi almeno uno è quasi terminato, dando alla luce un ristorante.
Crescendo anche i miei bisogni ed interessi crebbero con me. La necessità di spostarsi da un capo all’altro della città per incontrare amici, ragazze e compagni di scuola era evidente. Per un ragazzo senza patente le possibilità sono poche, ed io scelsi la più economica: la bicicletta. È sempre stato difficile sopravvivere al traffico delle auto, attraversare strade, trovare un posto dove parcheggiare la bici ed essere sicuri, o quasi, di ritrovarla. Quando arrivava l’estate ci si trovava al parco, un posto non troppo sicuro, poco illuminato e poco vissuto, con giochi sempre rotti.
Il fatto di frequentare la facoltà di Architettura mi ha dato, per fortuna, l’opportunità di riflettere su cosa dovrebbe e come dovrebbe essere il centro di una città come la nostra, e io ho cercato da farmi un’idea più o meno chiara.
Uno spunto me lo ha dato Louis Kahn, che scrisse:
“[…]Le strade sono canali che hanno bisogno di attracchi. L’architettura dei punti di sosta è di importanza analoga alle grandi mura che circondavano le città medievali.[…]Una città moderna si ristrutturerà secondo un proprio ordine, quello del movimento, che è una linea di difesa contro la distruzione operata dall’automobile. Il centro cittadino è un posto dove andare, non da attraversare.”[1]
Anche Graziella Tonon ci lascia un pensiero in questo senso:
“Le strade, da spazi primari di relazione umana e con il mondo, funzionano, come nella grande fabbrica fordista la catena di montaggio, da meri nastri trasportatori, arterie esclusive di transito, indifferenti ai paesaggi attraversati”.[2]
È chiaro che non si è contro l’automobile, ma contro l’uso sconsiderato, anzi l’abuso, e la conseguenza di questo. Il centro e la pazza sono luoghi dello stare, dove fermarsi, chiacchierare, fare spese, leggere il giornale: è un luogo di socialità.
“Non occorre che il centro sia grande.[…]La sua estensione e le sue vette più alte sono contenute entro la dimensione di un percorso pedonale.[…] Il centro è la cattedrale della città.”[3]
Il primo passo dunque per poter realizzare un luogo che si caratterizzi per la capacità di fare socialità, come le piazze di una volta, è quello di creare un’isola pedonale. In molte città limitrofe a Parabiago questo è già avvenuto in maniera definitiva, in altri in maniera temporanea, trovando dei compromessi, chiudendo le piazze per uno o due momenti alla settimana.
Dopo aver creato un “recinto” sicuro dove stare, bisognerà però pensare a cosa vi metteremo dentro per far si che le persone siano attirate e invogliate a starci.
Il problema grosso del centro di Parabiago è quello di una massiccia, quasi sproporzionata, presenza di istituti bancari, risultato di molti anni di malgoverno cittadino indistintamente colorato. Per una proposta realistica credo sia difficile pensare che queste attività possano essere spostate, ma nella realizzazione di un progetto che voglia ricalcare un certo grado di idealità, credo debba essere considerato obbligatorio questo passaggio.
“Quello che comunque è certo è che le parti del territorio non si governano se non si comprende il tutto. Il territorio è oggi trasformato da interventi occasionali, sporadici, promossi da questa o quella esigenza”.[4]
Una considerazione importantissima questa, che descrive benissimo gli interventi realizzati dal comune di Parabiago in materia di urbanistica e di edilizia. Esempio lampante è la sistemazione di un brevissimo tratto della via Santini, strada che parte dalla piazza e che, sensatamente, avrebbe dovuto rientrare in una serie di interventi mirati e progettati all’interno di un unico più grande intervento di riqualificazione. L’attenzione nell’intervenire in questo luogo, dovrà assolutamente tenere conto di ciò che esiste al di fuori del semicerchio che forma piazza Maggiolini: la vicinanza della storica villa Maggi – Corvini che ospita delle sale per convegni, uno spazio mostre e alcuni servizi al terziario, la biblioteca frequentata da molti giovani, soprattutto universitari, ma che potrebbe subire un rilancio positivo se risistemata in un complesso di percorsi pensati anche per la sicurezza degli spostamenti dei più piccoli. La scuola elementare Manzoni, adiacente alla biblioteca è frequentata da centinaia di ragazzini che all’uscita si riversano nel parco retrostante e poi si avviano verso casa. La via IV Novembre è la via commerciale più importate della città, più ancora della piazza, per ora, e serve moltissimi abitanti: questa ha subito dei lavori di sistemazione che ne hanno sconvolto la natura, suscitando le lamentele dei commercianti, le ire degli automobilisti e non meno quelle dei ciclisti. Esiste poi la piazza mercato che potrebbe essere risistemata e pensata per ospitare altre attività oltre al mercato settimanale, magari semplicemente pensando al posizionamento di alcune panchine in diversi punti e qualche nuova alberatura. Andando leggermente più in fuori c’è il complesso sportivo Libero Ferrario che, oltre ad avere bisogno di un serio restyling, necessita di essere raggiungibile dai ragazzini che dal primo pomeriggio vi si recano per seguire gli allenamenti di calcio o di altre attività svolte nella palestra.
Credo che si debba quindi lavorare su due livelli di progetto, non scollegati tra loro ma, anzi, considerarli come due pezzi di una matriosca che si incastrano uno nell’altro.
Il primo livello, più ampio, ricopre un’area più vasta, cittadina direi. Esso dovrebbe nascere dall’analisi dell’equilibrio delle funzioni e connessioni che esistono all’intorno del contesto cittadino. Questo prenderebbe la forma di un piano generale della città.
Il secondo livello ricalca invece un intervento progettuale di livello puntuale, più circoscritto al tema lanciato dall’iniziativa, e che si concentri sulla zona centrale della città, ma razionalmente collegato all’intervento generale realizzato nel primo livello.
È evidente che i due tipi di intervento non possono essere pensati in maniera sconnessa tra loro sia intermini i modo che di tempo, perché entrambi si influenzano a vicenda e un cambiamento in uno porterà, tendenzialmente, un cambiamento nell’altro.
La città di Parabiago, arrivata al punto in cui siamo, non ha bisogno d’altro se non di un intervento di ampio respiro. Per arrivare a questo è necessario avere bene in testa, però, l’idea di che Parabiago vorremmo vedere nel nostro futuro.
[1] Christian Norberg – Schulz in collaborazione con Jean Georg Digend, Louis I. Kahn, idea e immagine, Officina Edizioni, Roma, 1980.
[2] Graziella Tonon, Il Paesaggio umiliato. Insostenibile bruttezza della metropoli, Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni, Bologna, 2007, pag. 11.
[3] Ibidem.
[4] Edoardo Salzano, Il mestiere dell’urbanista, Ogni uomo è tutti gli uomini Edizioni, Bologna, 2008, pag.16.
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